Ci sono esempi di opere di ingegneria informatica che resistono a qualsiasi epoca, a qualsiasi innovazione ed a qualsiasi cambiamento. Anche nel mondo dell’informatica contemporanea, dominato da intelligenza artificiale, cloud distribuito, sistemi ultraveloci e connessi, microservizi e infrastrutture ibride, esiste un paradosso tecnico che continua a sfidare ogni previsione ed ogni modello predittivo. Anche se in molti lo ignorano, gran parte del sistema finanziario, del sistema amministrativo globale e parti consistenti dei sistemi di intelligence continuano a poggiare su un linguaggio nato quando, addirittura, Internet non esisteva ancora ed il computer era così grande che da occupava interamente lo spazio di una stanza. Quel linguaggio è il COBOL.
Il COBOL, acronimo di Common Business-Oriented Language, è una figura quasi mitologica che nasce formalmente nel 1959, all’interno di un progetto promosso dal Dipartimento della Difesa statunitense, con il contributo decisivo di Grace Hopper, donna visionaria ed una delle figure più importanti della storia dell’ingegneria informatica. L’obiettivo era apparentemente banale, ovvero creare un linguaggio semplice, leggibile, standardizzato che fosse, sia indipendente dal’’hardware, che capace di gestire enormi volumi di dati amministrativi e finanziari. A oltre sessant’anni dalla sua nascita, il COBOL continua a vivere in una dimensione quasi invisibile ma assolutamente centrale: quella delle infrastrutture critiche globali. Non compare nelle narrazioni mediatiche sull’innovazione digitale, non è al centro di congressi, non alimenta il mito delle startup, non domina le conferenze sull’AI. Eppure esso è più importante della AI stessa, in quanto gran parte dell’economia mondiale continua a passare silenziosamente attraverso di lui.
I suoi numeri sono a dir poco da capogiro: secondo diverse stime industriali, nei sistemi produttivi mondiali sono ancora attive tra i 200 e i 250 miliardi di righe di codice COBOL. Una porzione enorme delle transazioni finanziarie globali continua a dipendere da applicativi COBOL/mainframe: dal 70-75% delle operazioni bancarie internazionali fino a circa il 95% delle transazioni ATM. Persino oggi, quasi metà dei sistemi core bancari mondiali poggia ancora su architetture costruite attorno a questo linguaggio nato nel 1959. Una quota enorme delle transazioni bancarie globali passa ancora attraverso applicativi COBOL: alcune analisi parlano del 70-75% delle transazioni finanziarie mondiali, del 95% delle operazioni ATM e di circa il 43% dei sistemi core bancari ancora basati su architetture COBOL/mainframe.
Dietro questi numeri enormi, esiste una verità tecnica che troppo spesso viene banalizzata e/o ignorata. Il COBOL non è sopravvissuto per inerzia nostalgica o per la mancata volontà di sostituirlo. È sopravvissuto perché, dal punto di vista ingegneristico ha una caratteristica che lo rendono quasi un’opera d’arte; esso è stato costruito per risolvere un problema specifico meglio di quasi ogni altro linguaggio: la gestione affidabile, stabile e deterministica delle transazioni massive. La sua struttura riflette le coordinate di un’epoca in cui il software non veniva concepito come prodotto “veloce”, ma come infrastruttura stabile, con una soglia critica assimilabile a un impianto industriale. Il COBOL rispecchia quasi le vecchie fabbriche della seconda metà del 900: verboso, esplicito, rigidamente strutturato. Proprio quelle caratteristiche che molti sviluppatori moderni considerano obsolete sono state il fondamento della sua forza. Un programma COBOL tende ad essere estremamente prevedibile. La leggibilità quasi linguistica delle istruzioni riduceva il rischio di ambiguità interpretative nei grandi sistemi enterprise.
La separazione netta tra divisioni logiche, dati e procedure consentiva una manutenzione relativamente ordinata anche su basi di codice gigantesche. Inoltre, l’integrazione storica con i mainframe IBM ha creato un ecosistema progettato attorno a tre elementi fondamentali difficilmente sostituibili: stabilità, consistenza transazionale e continuità operativa. Ed è qui che emerge il vero nodo più specificatamente ingegneristico. Nel settore bancario o assicurativo, un software non deve soltanto funzionare: deve funzionare senza interruzioni per decenni, gestendo milioni di operazioni concorrenti senza perdere integrità sui dati. In questi contesti, la priorità assoluta non è l’innovazione estetica o la rivisitazione in chiave smart del codice, ma la capacità di garantire affidabilità assoluta. Molti sistemi COBOL operano infatti con uptime prossimi al 99,999%, elaborando quotidianamente trilioni di dollari in transazioni. Sostituire integralmente queste architetture non significa semplicemente “riscrivere del codice”: significa migrare decenni di logiche finanziarie stratificate, procedure normative, sistemi di auditing, gestione fiscale, compliance bancaria e interoperabilità con reti globali. I costi di una simile migrazione sono esorbitanti: una banca media australiana ha impiegato 5 anni e 750 milioni di dollari per migrare i suoi dati finanziari in un altro linguaggio.
Da quanto detto appare chiaro come l’esperto di COBOL sia diventata una delle professioni più paradossali del mercato IT contemporaneo. Nel momento storico in cui l’industria tecnologica ha inseguito cloud, mobile e AI, le università hanno progressivamente smesso di formare sviluppatori COBOL. Il risultato è stato un progressivo invecchiamento della forza lavoro specializzata. Oggi gran parte degli esperti COBOL appartiene alla fascia over 55, spesso composta da professionisti che lavorano sui medesimi sistemi dagli anni ’80 o ’90. Ma invece di diventare marginali, queste figure sono diventate strategiche e strapagate. Le grandi banche, le assicurazioni, le pubbliche amministrazioni e le infrastrutture finanziarie non possono permettersi interruzioni o migrazioni traumatiche. Di conseguenza, il programmatore COBOL senior è diventato una figura rarissima, difficilmente sostituibile e sempre più richiesta. Diverse analisi parlano apertamente di “mainframe skills crisis”, mentre circa il 60% delle organizzazioni che utilizzano COBOL dichiara di avere enormi difficoltà nel reperire personale qualificato.
Non sorprende quindi che gli specialisti COBOL senior siano oggi tra le figure più richieste e meglio retribuite nei settori bancari, assicurativi e governativi. In molti casi, consulenti altamente specializzati superano facilmente i 100 dollari l’ora, perché il loro valore non risiede semplicemente nella conoscenza di un linguaggio, ma nella capacità di comprendere ecosistemi legacy enormi, stratificati in decenni di modifiche, integrazioni e logiche operative spesso mai documentate del tutto. In numerose infrastrutture critiche, il codice COBOL non è più soltanto software: è diventato la memoria stessa dell’organizzazione.
Un altro punto centrale è che l’utilizzo del COBOL pone un interrogativo dirimente per il futuro prossimo: quando questa generazione di specialisti non sarà più disponibile, il rischio non riguarderà soltanto la carenza di programmatori, ma la perdita di un patrimonio sistemico difficilmente replicabile. Le strategie oggi percorse vanno dalla formazione di nuove figure in ambienti mainframe modernizzati, fino alla modernizzazione graduale tramite API, middleware e integrazione cloud. Parallelamente, cresce l’interesse verso strumenti basati su intelligenza artificiale capaci di analizzare, tradurre e documentare grandi basi di codice COBOL. Tuttavia, resta una evidenza profondamente ingegneristica: nessuna AI può sostituire completamente l’esperienza accumulata da chi, per quarant’anni, ha progettato e mantenuto sistemi che non potevano permettersi di fallire. Il COBOL continua così a rappresentare qualcosa di molto più importante di un semplice linguaggio “vecchio”: la dimostrazione concreta che, nelle infrastrutture critiche, la durata e l’affidabilità contano spesso più della velocità dell’innovazione.