Intervista esclusiva col Presidente neo eletto Angelo Domenico Perrini 

 

Lo scorso 7 dicembre, nel corso della riunione del Consiglio Nazionale Ingegneri, rinnovato in seguito alle elezioni svolte nel mese di ottobre, è stato eletto il nuovo Presidente del CNI. La scelta è caduta su Angelo Domenico Perrini. Nato ad Alberobello (Ba) nel ‘48 e laureato in Ingegneria Elettrotecnica presso l’Università degli Studi di Bari, svolge l’attività di libero professionista. Dal 2009 al 2016 è stato Presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Bari. Nel corso della scorsa consiliatura è stato Consigliere del CNI con delega alla Formazione Universitaria ed alla organizzazione dell’Albo Professionale. Per lui, dunque, si tratta di una conferma all’interno della compagine del Consiglio Nazionale. Lo abbiamo incontrato per cercare di capire quali saranno le linee di intervento del CNI nel prossimo quinquennio.

Presidente Perrini, lei è stato eletto al vertice del Consiglio Nazionale Ingegneri prendendo il posto di Armando Zambrano che ha guidato la categoria per undici anni. Cosa dovranno aspettarsi gli ingegneri italiani dalla sua consiliatura? In particolare, come vi ponete rispetto al lavoro fatto in questi ultimi anni?

“Devo dire che le ultime elezioni del CNI hanno rappresentato un passaggio storico per la nostra categoria. Il Presidente Armando Zambrano ci ha lasciato il testimone al termine di due consiliature che hanno letteralmente cambiato il volto del CNI. Ora sta a me e agli altri consiglieri assumere questa grande responsabilità. Siamo chiamati a lavorare con impegno e dedizione per portare avanti gli interessi della categoria, in un momento complesso per la professione, rimanendo nel solco indicato dal lavoro di chi ci ha preceduto. Le scelte e le strategie politiche messe in atto da chi ci ha preceduto saranno riprese e rafforzate. Al tempo stesso, continueremo a sostenere l’idea di un CNI sempre più vicino agli ingegneri, soprattutto nella sua capacità, cresciuta nel tempo, di erogare un numero crescente di servizi a beneficio degli iscritti. Una scelta, questa, che riteniamo lungimirante e strategica e che vogliamo fermamente continuare a portare avanti”.

Se permette, ci piacerebbe passare in rassegna almeno alcuni dei principali dossier su cui state lavorando e che sono di stretto interesse per gli ingegneri e, più in generale, per i professionisti tecnici. Comincerei dalla stretta attualità, chiedendole un parere sul nuovo testo del Codice dei Contratti da poco approvato dal Consiglio dei Ministri.

“Voglio dirlo senza mezzi termini: questo testo del Codice dei Contratti rappresenta un grande passo indietro rispetto alle recenti conquiste che noi professionisti avevamo ottenuto in merito alla gestione delle opere pubbliche. L’elenco delle cose che non vanno è lungo. Tanto per cominciare, assistiamo alla cancellazione della centralità della progettazione che riteniamo fondamentale, soprattutto se vogliamo garantire una buona qualità delle opere realizzate. Inoltre, tornano ad essere assai confusi i confini tra i ruoli di chi agisce all’interno della Pubblica Amministrazione e i professionisti esterni. Come se non bastasse, sono svaniti i riferimenti ai metodi di calcolo dei corrispettivi spettanti ai professionisti che, fino ad oggi, tenevano conto del cosiddetto 'Decreto Parametri', la cui approvazione a suo tempo ha comportato un grande lavoro di interlocuzione politica da parte nostra. Infine, dalla lettura del testo si evince che l'aggiudicazione delle opere da realizzare basate sul progetto di fattibilità tecnica ed economica, che prima era solo un’opzione, ora diventa la regola. Il che comporta l’uso generalizzato dell’appalto integrato, ossia l'affidamento all’impresa sia della progettazione esecutiva che dell'esecuzione dell’opera. L’unica cosa che mi consola è che il testo che abbiamo potuto leggere risulta lacunoso in molte parti e necessariamente dovrà essere emendato e completato nel corso del suo iter di approvazione che si preannuncia lungo. In sede di discussione faremo una battaglia senza esclusione di colpi, incentrata soprattutto sul ripristino della centralità del progetto. Non abbiamo lottato per anni per assistere inermi ad un inaccettabile passo indietro”.

Altro tema caldo, di enorme interesse per gli ingegneri, ma anche per una discreta fetta di cittadini, è quello del Superbonus e, più in generale, dei bonus edilizi.

“Il CNI è stato sempre favorevole ai bonus edilizi e, per quanto ci compete, a suo tempo ci siamo battuti con grande convinzione affinché il provvedimento fosse approvato. Nonostante qualche perplessità su alcuni punti specifici, sui quali nel corso dei mesi non abbiamo fatto mancare suggerimenti e proposte, il nostro giudizio resta senza dubbio positivo. Anche perché, come dimostrano diverse analisi effettuate, tra gli altri, anche dal nostro Centro Studi, il Superbonus, tutto considerato, ha avuto un impatto sulle casse dello Stato assai inferiore rispetto a quanto viene sbandierato, apportando un contributo essenziale alla recente crescita del Pil e dando un forte impulso all’occupazione. Tuttavia, se dobbiamo guardare all’evoluzione normativa che lo ha caratterizzato dal momento della sua introduzione, il giudizio diventa totalmente negativo. Le modifiche continue apportate alla legge hanno creato grandi difficoltà a operatori, proprietari e tecnici. Queste sono culminate con l'impossibilità di cedere i crediti. Attualmente abbiamo tecnici col cassetto fiscale pieno di crediti che non sanno come smaltire, dovendo poi anche pagare le imposte su corrispettivi che non hanno mai incassato. Una situazione a dir poco drammatica. Senza contare l’incertezza relativa al completamento dei lavori. Ci sono professionisti che hanno svoltole loro attività basandosi su una norma che stabiliva determinate tempistiche, successivamente modificate. Noi continueremo a combattere per avere un sistema di incentivi per interventi di ristrutturazione e adeguamento energetico. Ma questi devono diventare strutturali e spalmati su un adeguato numero di anni. Non siamo contrari alla riduzione della percentuale relativa all’agevolazione. Il passaggio al 90% non ci trova in disaccordo. L’importante è che l’incentivo sia duraturo nel tempo e che le regole di applicazione, una volta fissate, restino invariate, restituendo qualche certezza a cittadini, imprese e professionisti. Direi soprattutto in tema di cessione dei crediti. Servono interventi legislativi che rendano certa la cessione”.

Restando all’attualità, ogni anno di questi tempi dobbiamo misurarci con i temi del dissesto idrogeologico, avendo sullo sfondo quello della sicurezza sismica che si lega anche al tema del Superbonus.

“Su questa ultima questione, in occasione della recente Giornata nazionale della prevenzione sismica, ho nuovamente chiesto, come noi ingegneri facciamo da anni, una serie di interventi che mirano alla riduzione del rischio sismico cui è soggetto il patrimonio edilizio del nostro Paese. Il primo passaggio è quello della classificazione degli edifici sulla base dello specifico rischio sismico. A partire da questi dati, poi, il monitoraggio costante degli edifici a rischio. Infine, la produzione di una documentazione la più completa possibile sulla vulnerabilità dei fabbricati, in modo da individuare gli interventi necessari per la loro messa in sicurezza. Va in questa direzione l’introduzione del Fascicolo del fabbricato. Questa documentazione, tra l’altro, aiuta anche a modulare in maniera corretta i costi delle assicurazioni sui singoli edifici che devono essere commisurati all’effettivo stato dell’immobile. Se riusciremo a partire da queste basi sarà poi più facile, da parte del Governo, modulare l’applicazione dei vari bonus edilizi. Fermo restando che quanto detto poco fa per il Superbonus vale anche per il Sisma bonus: deve diventare strutturale. Quanto al tema del dissesto idrogeologico e al recente caso di Ischia, cui immagino lei si riferisse, noi ingegneri proponiamo da anni un Piano per la messa in sicurezza del nostro territorio, bello ma fragile. Mi auguro che non si dovrà aspettare troppo a lungo prima che si possa discuterne concretamente con le forze politiche”.

Di recente anche lei ha avuto modo di fare una battuta su un altro tema di cui si discute molto in questi giorni: il Ponte di Messina. Del resto ne aveva anche parlato il Ministro Matteo Salvini nel corso di un suo intervento all’ultimo Congresso degli Ingegneri. Mi dice, in sintesi, cosa ne pensa?

“L’ingegnere, per sua stessa natura, è favorevole alle grandi opere. Se non altro per ragioni di orgoglio. Ogni grande opera realizzata nel nostro Paese è anche una celebrazione del grande valore dell’ingegneria italiana nel mondo. Un’opera come il Ponte di Messina darebbe lustro al Paese ma, nel nostro piccolo, anche a noi ingegneri. Quindi siamo chiaramente favorevoli. Tutto sta a verificare la sostenibilità economica e ambientale. In questo senso, il giorno in cui potremo esaminare un progetto concreto, come CNI saremo in grado di dire la nostra”.

Presidente, nella passata consiliatura la sua attenzione, in qualità di Consigliere delegato, si è concentrata soprattutto sui temi dell’Università, dei corsi di laurea in ingegneria, del rapporto tra laureati e Albo professionale. Immagino che su questi temi lei abbia in mente un programma preciso.

“A questa domanda, se me lo consente, vorrei dare una risposta un po’ più articolata. Partirei dall’ultimo rapporto sui laureati in ingegneria elaborato di recente dal nostro Centro Studi. Tra le altre cose, emerge il fatto che, per la prima volta nella storia, i laureati nel settore industriale hanno superato quelli del settore civile. Questo dato conferma che il mondo delle professioni da anni è soggetto a profonde trasformazioni che non possono non avere un impatto sul nostro mondo ordinistico. Per essere chiari, se vogliamo che i laureati in ingegneria si indirizzino verso l’abilitazione alla professione e, quindi, all’iscrizione all’Albo, dobbiamo fare in modo che al termine di questo percorso possano trovare un Ordine in grado di comprendere le loro esigenze e di supportarli nel miglior modo possibile. Per raggiungere questo obiettivo, a mio avviso, servono quattro cose: la laurea in ingegneria abilitante; l’abolizione della sezione B dell'Albo; un serio ragionamento su nuove riserve professionali; un ripensamento della formazione e del profilo del professore-ingegnere. La laurea abilitante, in particolare, è una necessità perché l’attuale processo che porta all’abilitazione è superato e non più adatto alle esigenze del mercato. Le aziende, infatti, cercano soggetti già in possesso di competenze immediatamente spendibili. A questo serve l’inserimento del tirocinio, da effettuarsi nell’ultimo semestre del corso di laurea, sviluppato sotto la sorveglianza di tutor accreditati dagli ordini professionali e partecipanti alle sedute di laurea-abilitazione in posizione paritetica con i rappresentanti del Corpo Accademico. Il fatto, poi, che tutti gli ingegneri laureati risulteranno abilitati avrà necessariamente un effetto positivo sul numero degli iscritti all’Albo Quanto all’abolizione della sezione B dell’Albo, che va portata ad esaurimento, previa predisposizione di un percorso agevolato per gli attuali iscritti alla Sezione B verso la Sezione A, favorirà il ritorno ad un percorso accademico dell’ingegnere fondato su solide conoscenze scientifiche di base, su cui si innestano le specializzazioni per l’accesso ai vari settori. Questa impostazione farà finalmente un po’ di chiarezza sulle competenze, considerata la confluenza dei triennali provenienti dalle lauree professionalizzanti nei collegi dei periti o dei geometri, che in base alla direttiva europea dovranno essere aperti a soggetti dotati di laurea breve. In conclusione, bisogna rendersi conto che il percorso 3+2 non ha migliorato la qualità del laureato, specialmente del laureato magistrale. Per questo occorre intervenire senza ulteriori indugi”.

Cosa mi dice, invece, degli altri due punti da lei indicati?

“Serve una riflessione tra le nostre categorie e il legislatore affinché si trovi un accordo sul fatto che alcune attività devono essere riservate agli iscritti all’Albo. Non è vero che tutti possono fare tutto. Determinati lavori ed attività, se vogliamo che siano fatti bene, vanno assegnati a professionisti responsabili, competenti e la cui affidabilità sia certificata dall’iscrizione all’Albo. Detto questo, va anche ripensato il rapporto tra docenza universitaria e libera professione. Io continuo a non capire come sia accettabile che un professore insegni come si costruisce un ponte se in vita sua non ne ha mai progettato uno! Questo è un tema che nessuno ha mai voluto affrontare seriamente. Ecco, secondo me è arrivato il momento”.

Beh vedo che di carne al fuoco ce n’è già molta. Però non posso non chiederle una battuta su un tema che sta lentamente riprendendo piede e a cui voi avete dedicato molte energie: l’equo compenso.

“Ha detto bene. Come CNI e come RPT ci siamo battuti duramente e a lungo per l’approvazione del provvedimento relativo all’equo compenso per i professionisti. Ricordo il grande successo che ebbe la manifestazione al Teatro Brancaccio di Roma in cui sfilarono praticamente tutte le forze politiche che avevano capito che se si vuole ottenere una prestazione professionale di buon livello non si può prescindere dal riconoscere al professionista un corrispettivo economico adeguato. Il fatto è che un conto è stata l’affermazione del principio, un’altra l’applicazione concreta dello stesso. Ancora oggi, infatti, assistiamo alla pubblicazione di bandi della PA che prevedono attività di progettazione a titolo gratuito. Sembrava che nella passata legislatura il provvedimento, con le opportune modifiche e garanzie, potesse passare definitivamente ma poi la fine anticipata della legislatura ha interrotto l’iter. Ora la discussione è ripresa e, come sempre, saremo in prima fila nell’attività di interlocuzione politica necessaria per il conseguimento di questo obiettivo”.

Un’ultima domanda. Lei ha citato la Rete Professioni Tecniche. Che importanza attribuisce alla collaborazione del CNI con questo organismo che rappresenta i nove Consigli Nazionali delle professioni tecniche?

“Come Consiglio Nazionale attribuiamo un’importanza determinante alla RPT. Del resto essa è nata per iniziativa dell’amico Armando Zambrano che continua ad esserne il Coordinatore. Di fatto il CNI in tutti questi anni ha rappresentato la guida della RPT. Sono innumerevoli i dossier e i gruppi di lavoro aperti che ci vedono coinvolti in prima persona e continueremo a lavorarci sfruttando al massimo le sinergie tra le due organizzazioni. Del resto ci sono parecchi temi di comune interesse tra i professionisti tecnici ed avere un organismo in grado di rappresentarli in maniera unitaria continua ad essere una strategia vincente”.