Negli ultimi vent'anni l'Unione Europea è diventata il principale produttore mondiale di regolazione. Il Parlamento europeo e la Commissione hanno progressivamente costruito un sistema normativo sempre più articolato, introducendo standard avanzati in materia di sostenibilità, tutela dei dati, economia circolare, sicurezza dei prodotti e transizione energetica. Questo patrimonio regolatorio rappresenta uno dei punti di forza dell'integrazione europea. Tuttavia una domanda diventa inevitabile: come può una strategia fondata prevalentemente sulla regolazione produrre competitività se non è accompagnata da un'analoga capacità di generare innovazione tecnologica?
Le grandi rivoluzioni industriali non sono mai nate dalle norme. Le norme, semmai, hanno regolato e distribuito i benefici prodotti dall'innovazione. Le grandi trasformazioni sono nate dalla ricerca, dall'ingegneria, dal capitale umano, dalla visione e dalla capacità di trasformare le scoperte scientifiche in industria. Oggi, invece, il rischio è quello di invertire l'ordine naturale dello sviluppo: prima gli obblighi, poi la tecnologia. È quanto documenta con rigore il Rapporto Draghi – “The Future of European Competitiveness”, il documento predisposto da Mario Draghi su incarico della Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e presentato a Bruxelles il 9 settembre 2024 –: negli ultimi vent'anni la produttività europea è cresciuta meno di quella statunitense, gli investimenti privati in ricerca risultano inferiori di circa 270 miliardi di euro l'anno rispetto agli Stati Uniti e l'Europa ha perso la leadership nei principali settori della rivoluzione digitale, dall'intelligenza artificiale al cloud computing, fino ai semiconduttori avanzati.
A distanza di poco più di un anno e mezzo, lo stesso Draghi è tornato su questi temi nel discorso pronunciato il 14 maggio 2026 ad Aquisgrana in occasione del conferimento del Premio internazionale Carlo Magno, che si configura in sostanza come un aggiornamento del Rapporto del 2024: in quella sede ha rivisto al rialzo il fabbisogno di investimenti aggiuntivi, da circa 800 miliardi a quasi 1.200 miliardi di euro l'anno, e ha rilevato che dal 2019 il divario di produttività oraria tra Europa e Stati Uniti si è ampliato di ulteriori nove punti percentuali – una conferma, più che una correzione, della diagnosi formulata nel Rapporto. L'Italia si colloca in una posizione di ulteriore fragilità relativa. Gli investimenti in ricerca e sviluppo rimangono inferiori alla media delle economie più avanzate. Il numero di grandi imprese operanti nel digitale è limitato, mentre il trasferimento tecnologico tra università e industria continua a rappresentare una delle principali criticità del sistema produttivo.
Parallelamente, la struttura industriale italiana è costituita prevalentemente da piccole e medie imprese che spesso faticano a sostenere autonomamente investimenti ad alta intensità tecnologica.
È proprio in questo contesto che la transizione ecologica pone una questione strategica. La decarbonizzazione rappresenta un obiettivo condivisibile. Il problema, tuttavia, non è la destinazione, ma il percorso. Una rivoluzione industriale non può essere costruita esclusivamente attraverso obblighi normativi se il know-how, le piattaforme tecnologiche, le filiere produttive, i motori elettrici e una parte crescente delle materie prime strategiche rimangono concentrati fuori dall’Europa. Lo stesso Mario Draghi osserva che la transizione verde dovrà essere accompagnata da una politica industriale molto più solida, capace di preservare competenze, occupazione e autonomia tecnologica europea. È un'indicazione di metodo corretta: non basta regolamentare, occorre costruire una capacità produttiva che renda quelle regole sostenibili nel lungo periodo. Tuttavia, leggendo il Rapporto Draghi, si ha talvolta l'impressione di trovarsi davanti all'analisi di un osservatore esterno. Molti protagonisti della governance europea sembrano descrivere criticità maturate nel corso degli ultimi decenni come se appartenessero a una stagione loro estranea. Il rapporto individua con precisione il ritardo europeo in termini di produttività, innovazione e competitività, ma dedica minore attenzione alle responsabilità di un modello di governance che ha spesso privilegiato la produzione normativa rispetto alla costruzione di una politica industriale comune realmente efficace.
A questa riflessione se ne aggiunge un'altra, ancora più rilevante. Parlare di "Europa" come se fosse un sistema economico omogeneo rischia di semplificare una realtà molto più complessa. L'Unione Europea non è un'economia unitaria, ma un insieme di Paesi profondamente diversi per struttura produttiva, capacità fiscale, specializzazione industriale, costo del lavoro, regimi tributari e intensità tecnologica. Regole identiche applicate a economie profondamente differenti non producono necessariamente risultati comparabili. Al contrario, possono accentuare gli squilibri esistenti, rafforzando chi parte da una posizione di vantaggio e comprimendo la capacità competitiva di chi dispone di margini di intervento più limitati. Per il sistema ordinistico, e per la professione di ingegnere in particolare, questa riflessione assume un significato non solo teorico ma operativo: la competitività non nasce dalla sola produzione normativa, ma dalla qualità dei progetti, delle infrastrutture, della ricerca applicata, della digitalizzazione e dalla capacità delle professioni tecniche di trasformare la conoscenza in sviluppo economico. Le norme sono indispensabili, ma non possono sostituire l'innovazione: la regolazione dovrebbe accompagnare il progresso tecnologico, non precederlo.
L'Europa dispone ancora di straordinarie competenze scientifiche, industriali e ingegneristiche. La sfida, quindi, non consiste nello scegliere tra competitività e sostenibilità, ma nel ricostruire un equilibrio tra le due. Una transizione ecologica è realmente sostenibile soltanto se è sostenuta da investimenti in ricerca, filiere industriali competitive e autonomia tecnologica. Diversamente, il rischio è che la sostenibilità, da obiettivo strategico, finisca per trasformarsi in un nuovo fattore di dipendenza economica e industriale.



