Secondo molti analisti economici e politici sia la pandemia, che la sua gestione bio-securitaria e poco sanitaria, hanno rappresentato una immensa redistribuzione dei rapporti di forza planetari tale da necessitare uno shock maggiore per essere superata. Gli equilibri mutati e i nuovi assetti di potere hanno cambiato il mondo, soprattutto in alcuni Stati, come purtroppo l’Italia, dove il potere si è consolidato intorno a misure emergenziali facendo della religione ipocondriaca uno dei nuovi modi di governare.

 In una quotidianità di calma e di rassegnazione, in cui lo Stato e i suoi apparati quasi si erano “affezionati” allo stato di emergenza pandemico, si è repentinamente passati a una emergenza molto più seria, ovvero la guerra tra Russia e Ucraina, che ha di colpo sovvertito l’agenda politica mettendo il nostro paese in una situazione socio economica altamente delicata in cui, l’utilizzo massiccio degli stessi mezzi di propaganda mediatica usata in pandemia, non sembra avere, però, lo stesso impatto nel richiamare i cittadini alle “armi” contro il nuovo nemico di turno.

 Secondo un recente sondaggio, infatti, il 53,3% degli italiani non è d’accordo nell’inviare armi all’esercito ucraino facendo vacillare uno dei nuovi mantra del pensiero unico secondo il quale, in una narrazione semplice e fumettistica, esiste un nemico da combattere e un amico a cui fornire mezzi bellici e uomini. Neanche sul fronte delle sanzioni draconiane alla Russia, sia la cittadinanza che il fronte europeo, sembrano essere molto compatti, infatti è di poche ore fa la notizia che la Germania si oppone con decisione ad un embargo di gas, petrolio e carbone provenienti dalla Russia.

 Infatti, nella situazione di interdipendenza in cui si trovano le economie globali, pensare di fare crollare l’economia di un partner strategico come la Russia, illudendosi che siano gli oligarchi a pagare il prezzo delle sanzioni è altamente irresponsabile e potrebbe avere delle conseguenze a dir poco devastanti. Uno degli effetti immediati, che ancora non ha colpito con la sua forza, ovvero l’aumento delle materie prime sta già frenando numerosi settori produttivi. Si teme che nei prossimi mesi possano chiudere, nella sola Emilia Romagna, dalle 1000 alle 1500 aziende in seguito agli aumenti dei prezzi di carburante e grano mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro. Una non risoluzione a stretto giro del conflitto potrebbe, secondo le agenzie di rating, portare i prezzi di petrolio, grano e gas a livelli stellari con aumenti fino a quasi 200 dollari al barile e tra il 500% e il 600% per le altre materie.

 Un altro effetto boomerang è rappresentato dall’esclusione delle principali banche della Russia dal circuito internazionale Swift che sta di fatto isolando l’economia russa dal resto del mondo. Tale esclusione rischia di mandare in default la Russia, ma non sarebbe la sola a cadere. In caso di default i mercati di Francia e Italia si troverebbero a fare i conti con un vero e proprio bagno di sangue rappresentato dalle conseguenze per le banche esposte verso Mosca, che in soldoni si traduce in perdite di 25 miliardi di dollari per ciascun paese, tanto che in Italia Unicredit e Banca Intesa rischierebbero di fallire all’istante. Il presidente Macron è così consapevole di questo rischio che infatti sta cercando in ogni modo di tenere saldi i rapporti con Vladimir Putin.

 La borsa italiana, accompagnata dalle principali borse europee, sta quasi ogni giorno facendo registrare perdite con punte che hanno toccato anche valori vicini al 10%. Se le perdite continuano con questa costanza ci potrebbe essere anche un contraccolpo sullo spread che, facendo schizzare il rapporto tra ricchezza e debito pubblico, metterebbe in crisi l’intero impianto della ripresa post-pandemica rappresentato dal PNRR.

 Molti sono i mal di pancia tra imprenditori e professionisti che tutto vogliono tranne che una cieca lotta ideologica da parte del nostro paese alla Russia di Putin: infatti i rapporti commerciali tra Italia e Russia valgono oltre 27 miliardi di euro, tanto che molte aziende nostrane sopravvivono solo grazie alle esportazioni del Made in Italy verso Mosca. Ci sono inoltre migliaia gli imprenditori italiani che hanno deciso di aprire le loro attività in Russia, che si sentono minacciati, sia dal conflitto che dalle sanzioni economiche decise dal blocco occidentale formato da Stati Uniti e Unione Europea.